Quando la fiction sposa il sociale

Compito primario delle Associazioni e Federazioni dei donatori di sangue è quello di sensibilizzare i cittadini nei confronti di un gesto volontario, anonimo e gratuito qual è appunto la donazione di sangue ed emocomponenti. Spesso per ottenere il risultato sperato, ossia il coinvolgimento di nuovi donatori, si diffondono in diversi canali propagande di vario tipo. C’è chi sceglie la promozione sui giornali, tuttavia questa formula risulta poco frequentata in quanto i costi non sono sempre accessibili per realtà che fanno parte del Terzo Settore e che non hanno capitali da investire in questa direzione. Molto più semplice rivolgersi al web per diversi motivi: in primis perché i costi sono pari a zero ed è sufficiente padroneggiare gli strumenti social per diffondere campagne indirizzate a pubblici diversi; poi il web è sempre lo strumento più utilizzato dalle nuove generazioni, le prime destinatarie di campagne di sensibilizzazione, soprattutto tenendo conto che i nuovi donatori giovani, se motivati in maniera corretta, assumeranno l’abitudine a tendere il braccio garantendo il mantenimento di un’autosufficienza conquistata con tanti sforzi nei decenni precedenti. In qualche caso abbiamo avuto esempi di spot televisivi, ma anche in questo caso, qualora di voglia puntare sulle reti nazionali, i costi diventano inaccessibili. È vero che gli spazi per le campagne di comunicazione sociale sono messi a disposizione gratuitamente, ma è altrettanto vero che gli standard richiesti non sono spesso alla portata di medie e piccole realtà associative che hanno budget limitati.
Ma il piccolo schermo diventa accessibile anche in un altro modo. Ieri sera ero fisso davanti alla televisione a guardare la fiction di RAI 1 “Tutto può succedere”.
Non so perché ogni volta ci caschi. Quest’anno a casa, dopo un opportuno briefing, si era stabilito di selezionare con particolare cura i programmi da vedere in tv nel dopo cena, l’unico momento in cui si stacca dal lavoro e ci si concede un po’ di relax. Poi dopo la prima puntata, con la complicità di una serie di fattori ottimamente studiati dalla produzione RAI, mi sono ritrovato ad aspettare quella successiva e così via.
Non voglio fare un’apologia della fiction in questione, tanto più che alcuni elementi della sceneggiatura li trovo davvero assurdi. Il protagonista della fiction è corale: una famiglia che vive alla porte di Roma e che ha intessuto negli anni rapporti a dir poco invasivi, in cui ognuno si fa regolarmente gli affari degli altri, in cui ogni pretesto è buono per ritrovarsi, per mangiare insieme, per andare insieme a vedere la partita del nipote o per affrontare il problema di ogni singolo componente. Bene, sicuramente passa il messaggio dell’importanza dei rapporti familiari, con un modello di famiglia che in oltre 45 anni di vita io non ho mai incontrato. Passi pure questo, mi chiedo anche come facciano i componenti della famiglia Ferraro, questo il cognome della stirpe eletta, a trovare il tempo per coltivare rapporti così intensi, pur avendo un lavoro e soprattutto i ritmi romani che obbligherebbero qualsiasi umano a trascorrere diverse ore della giornata in fila sul Lungotevere o piantato sul Raccordo. Va bene, è una fiction e l’elemento assurdo in questo caso ci può anche stare.
Ma torniamo al tema di questa mia riflessione. Nella puntata della scorsa settimana, la capofamiglia è stata ricoverata in ospedale per un’operazione al cervello. L’episodio di ieri si è aperto quindi con l’attesa di tutta la famiglia, tre generazioni insieme, in attesa che la matrona uscisse dalla sala operatoria. E mentre Licia Maglietta giaceva stesa sotto i ferri, Maya Sansa, Giorgio Colangeli, Tobia De Angelis e Alessandro Tiberi, stanziavano trepidanti come la famigliola pascoliana in attesa del padre che portava le bambole in dono. E qui la scelta degli sceneggiatori di passare un messaggio.
La fiction in questione ha già puntato l’attenzione su altri temi di rilevanza sociale dalla sindrome di Asperger da cui è affetto uno dei protagonisti (prendendosi anche le critiche da parte di qualcuno che ha ritenuto che non fosse stata affrontata nella maniera opportuna), alle unioni miste, o al recupero di chi ha passato un periodo della vita dietro le sbarre. Nella puntata di ieri c’è stato anche il modo di parlare con le immagini di donazione. Alle spalle degli ansiosi familiari campeggiava un manifesto che invitava a donare il sangue. Non penso davvero di averlo notato solo io per deformazione professionale, perché più volte la macchina da presa lo ha inquadrato permettendo al pubblico televisivo di cogliere l’invito. E la cosa che ho trovato ancora più interessante è che il messaggio non fosse direttamente legato ad un’associazione piuttosto che ad un’altra. Ossia non c’era scritto “dona sangue con la FIDAS” o “tendi il braccio con l’AVIS”, neppure “regala la vita con la FRATRES”. Il messaggio era semplice e diretto: “Dona il sangue. Aiutare si può”.
Ora quanta gente ieri sera, era come me spaparanzata sul divano a guardare “Tutto può succedere”? e quanti tra loro, ancora vigili, hanno visto la scena in questione? Penso che si tratti di qualche milione di persone. Non è assolutamente la prima volta che noto qualcosa del genere. Le sceneggiature delle fiction negli ultimi anni hanno più volte posto l’accento sul tema della donazione del sangue, se non ricordo male anche nella fiction “Sorelle” sempre in onda su RAI 2 qualche mese fa; ma la lista potrebbe allungarsi notevolmente. E non è un impegno particolarmente gravoso tenendo conto che nel 90% dei casi i personaggi di prodotti televisivi di questo tipo prima o poi vanno a finire in ospedale. Ma tra la scelta di non inserire un richiamo di questo tipo e quella di non farlo, la distanza è enorme. In effetti basta davvero poco per contribuire all’attività delle Associazioni e Federazioni dei donatori di sangue che lavorano incessantemente per garantire con continuità la terapia trasfusionale ai cittadini che ne hanno bisogno.

Cristiano Lena
Responsabile Comunicazione FIDAS Nazionale

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