Solo una questione di lessico?

Il compianto professor Tullio De Mauro, già ministro dell’Istruzione ed autore del Dizionario della lingua italiana, non aveva dubbi. Il temine industria, nel suo uso di altissima frequenza, significa proprio “attività produttiva diretta alla trasformazione di materie prime o di semilavorati in prodotti finiti”. Il termine viene anche utilizzato, sempre come indica il professor De Mauro, in altri ambiti dall’industria del crimine, per indicare l’attività criminosa, o l’industria del freddo riferendosi ai produttori di frigoriferi e condizionatori.

tulliodemauro-industriaInsomma, sul significato del termine ci siamo chiariti.

Ecco perché sono rimasto piuttosto interdetto nel momento in cui ho letto una notizia sul televideo di Mediaset dal titolo “Emergenza sangue: si cercano nuovi donatori in tutta Italia”. E fin qui nulla di nuovo. In questi giorni, d’altronde, si sono moltiplicati gli appelli lungo tutto lo stivale per cercare di risolvere una criticità diffusa che sta interessando buona parte delle Regioni italiane. Ma il meglio deve ancora venire. Perché la notizia continuava in questo modo: “Emergenza sangue negli ospedali: l’industria dei donatori cerca nuovi adepti”. No, non si può! Immediatamente la memoria chapliniana di “Tempi moderni” mi ha proiettato immagini di esseri inerti privati del loro sangue per soddisfare una richiesta improvvisa. Nel mio film dell’orrore centinaia di uomini e donne si susseguivano davanti a macchinari predisposti a prelevare loro la “materia prima” da trasformare in un “prodotto finito”. E non solo: nell’articolo si parla anche di soci volontari chiamati a fare gli straordinari, proprio come in fabbrica. Davanti a questa scena non ho potuto fare a meno di aprire il pc e scrivere.

Chiariamo subito un aspetto: NON C’E’ NESSUNA INDUSTRIA DEI DONATORI. Non esiste una fabbrica di emocomponenti che raccoglie soggetti (non li chiamo appositamente persone) per prelevare loro ciò che serve a dare vita a qualcun altro. Già da qualche secolo la letteratura e il cinema stanno presentando un mondo in cui non viene riconosciuto il valore al singolo, ma la sopravvivenza della specie. E questa immagine proprio non si accorda con la donazione del sangue.

È vero, la situazione è critica; un insieme di fattori, alcuni prevedibili altri meno, hanno portato ad una richiesta di emocomponenti che non si è riusciti a soddisfare e le conseguenze sono state evidenti per tutti. Il Centro Nazionale Sangue ha invitato le Associazioni e Federazioni dei donatori a concordare con le Strutture Regionali di Coordinamento delle attività trasfusionali un piano straordinario per cercare di superare l’empasse. Mentre numerosi interventi sono stati rimandati, per non parlare della paura dei talassemici per i quali le trasfusioni sono vitali.

Ma quella che sta avvenendo in questi giorni non è una coscrizione forzata. È un invito a recarsi a donare, consapevoli che la donazione è un dovere civico e un gesto di grande responsabilità, consapevoli che i donatori vanno anche curati, coccolati (come ha ricordato qualcuno sulla pagina facebook della FIDAS), perché stanno facendo un gesto volontario e gratuito…ci mancherebbe altro che al termine del loro gesto qualcuno gli sfilasse l’ago, gli appiccicasse un cerotto e dicesse “avanti un altro”.

Probabilmente siamo abituati ad un sistema produttivo in cui ogni rotella deve andare al suo posto, in cui importa solo il risultato, ma questo tipo di considerazione che può valere per alcuni sistemi produttivi, non vale per la donazione volontaria (che sia di emocomponenti, di organi, di midollo o di sangue cordonale non importa), anzi la trovo profondamente irriguardosa. Non possiamo permetterci comunicazioni di questo tipo, altrimenti rischiamo che i tanti volontari che quotidianamente tendono il braccio, decidano di usarlo per un bel gesto dell’ombrello.

E forse non è solo una questione di lessico.

Cristiano Lena, Responsabile comunicazione FIDAS Nazionale

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