Dire, fare, comunicare

L’universo dei social mette continuamente alla prova. Ogni istante compaiono post, la maggior parte dei quali risulta trascurabile, ma alcuni fanno centro, o almeno fanno riflettere perché capitano nel momento giusto. Qualche giorno fa, in una giornata piuttosto frenetica, mentre seguivo l’ultima tappa del Giro d’Italia da Cuneo a Torino, ne ho letto uno particolarmente interessante che mi ha fatto riflettere sul tipo di attività che FIDAS, come pure le altre realtà del dono portano avanti.

MegafonoIl post diceva questo: «È ancora molto diffusa l’idea che la visibilità sia uno degli obiettivi da raggiungere con la comunicazione sociale. Anzi l’unico obiettivo possibile e auspicabile per poter “occupare” quanto più spazio possibile nell’immaginario collettivo. Questo servirebbe ad aumentare notorietà e, di conseguenza, attività e servizi all’associazione. Siamo passati dal “fare in silenzio” di 30 anni fa a “siamo bravi solo noi” di alcuni. Forse qualche dubbio lo possiamo insinuare oppure esiste il pensiero unico neoliberale anche qui?»

Quando ho cominciato a fare volontariato avevo più o meno 15 anni (i trent’anni fa tornano tutti) e vivendo situazioni piuttosto eterogenee quel “fare in silenzio”, in modo che “la destra non sapesse quello che faceva la sinistra” era piuttosto diffuso soprattutto negli ambienti cattolici in cui mi sono formato. Tuttavia, già alla fine degli anni ’90 le diverse realtà associative che hanno composto quel variegato mosaico del Terzo Settore hanno cominciato ad alzare la voce partendo dal presupposto che non basta fare, ma occorre comunicare, proprio per far sapere quali sono i progetti che si portano avanti, quali gli obiettivi che si perseguono, quali fondi si utilizzano e via dicendo.

Ora se il post in questione fosse stato di uno dei tanti navigatori della rete forse non avrebbe sorbito lo stesso effetto, ma a scriverlo è stato Andrea Volterrani, una delle voci più autorevoli in Italia quando si parla di comunicazione sociale e con il quale ho avuto la fortuna di condividere idee e riflessioni sul tema da qualche anno. Sinceramente ancora oggi, a distanza di giorni, non ho una risposta chiara; anzi mi piacerebbe che quanti mi leggono possano aiutarmi a costruirla.

Lavorando nella comunicazione FIDAS da qualche anno mi sono reso conto che la comunicazione dell’identità associativa, ancor prima che delle attività che si portano avanti, è fondamentale. Ed è anche molto difficile in quanto non poche volte mi sono imbattuto in realtà associative che facevano fatica a definire la propria.

SpecchioMa che cos’è l’identità? Per dirla con Pirandello in “Uno, nessuno e centomila” è la capacità di riconoscersi, di guardarsi allo specchio e riconoscere la figura che ci si trova davanti. Si tratta di un processo non sempre semplicissimo, in quanto tutti, almeno una volta nella vita abbiamo affermato, a seconda delle circostanze, con tono sconsolato per l’aumentare del giro vita o euforico per l’arrivo della barba: “non mi riconosco più”. Il cambiamento fisico che avviene nel corso degli anni, “il mio corpo che cambia” come ricordavano i Litfiba, è un’esperienza che vive ogni individuo. Dalla crescita, alla maturità, all’invecchiamento, il nostro fisico è protagonista di un’evoluzione o un’involuzione che comporta la modifica dei tratti somatici, dell’altezza, del peso. Ma il cambiamento non è solo fisico, è anche psicologico, caratteriale, comportamentale, sociale. E il “non riconoscersi più” è un rischio che si vive quotidianamente. Non posso non ricordare il monologo di Agrado in “Tutto su mia madre” di Pedro Almodovar. La vulcanica trans, nella sua casuale presentazione al pubblico, ricordando la serie di interventi estetici che avevano modificato il suo corpo, conclude “una persona è tanto più vera, quanto più si avvicina all’immagine che ha di sé”. Perché l’identità è riconoscersi e trovare l’equilibrio tra ciò che lo specchio riflette e la figura che gli si pone davanti.

magrittesadadIl riconoscersi passa anche attraverso la relazione con il mondo esterno, il rapporto con gli altri. “Nessun uomo è un isola” afferma Thomas Merton, evidenziando la rete di relazioni che caratterizza ogni persona e nessuno ha mai vissuto privo di una qualsiasi relazione con l’altro. L’identità si costruisce proprio attraverso questo rapporto con l’altro da sé, è rendersi riconoscibili a chi ho di fronte, non più un’immagine riflessa, ma ciò che l’altro vede o si aspetta di vedere. Per Pirandello è l’avvio di un processo di disgregazione che porterà poi ad una ricomposizione, quasi un assorbimento di nuove linfe vitali. Per l’individuo un’esperienza di confronto costante con il nucleo familiare nel quale si cresce, il gruppo dei pari, l’ambiente scolastico prima, quello lavorativo poi; tutti elementi che portano l’uomo alla costruzione dell’identità personale, sulla base delle relazioni esterne. Se da una parte l’identità è ciò che ci rende distinguibili dalle altre persone, è pur vero che nell’omologazione a modelli di comportamento, a gruppi sociali più o meno ampi, in un processo in continuo divenire, l’individuo mentre trova se stesso, o meglio ciò che vuole essere, scopre anche ciò che gli altri vogliono o si aspettano da lui.

Questo vale per il singolo, come per il gruppo di cui il singolo fa parte, che sia il nucleo familiare o un’organizzazione più complessa. Ogni persona ricerca la propria identità facendo in modo di riconoscersi in determinate caratteristiche fisiche, morali, comportamentali, come in elementi materiali nei quali ritrova le rassicurazioni di cui ha bisogno. Dalla coperta di Linus, al titolo di studio che gli procura soddisfazione, all’incarico lavorativo che lo colloca in un determinato ambito del processo produttivo, l’individuo trae da ciò che è fuori da sé, i pezzi con cui costruire il puzzle della propria identità.

Per il singolo è fondamentale che ciò che egli stesso percepisce come identitario, sia riconosciuto anche dagli altri. Per questo comunica all’esterno la propria identità. L’identità, infatti, non può prescindere dalla comunicazione, si tratta di due elementi fortemente interconnessi tra di loro. Ogni individuo ha la necessità di “darsi un’immagine”, per consolidare il rapporto con gli altri, rafforzare il proprio ruolo con il mondo esterno.

Comunicare, comunicarsi, raccontarsi significa far conoscere la propria esistenza, farsi conoscere, farsi comprendere, far conoscere i propri valori, i propri obiettivi, il proprio modo di affrontare le situazioni e, in alcuni casi, la propria mission. Prima di essere una questione di tipo organizzativo, pubblicitario o promozionale, la comunicazione è un elemento proprio dell’identità. La comunicazione, infatti, oltre ad essere una particolare azione sociale, è anche un insieme di tecniche e di strumenti, un insieme di discorsi significativi e di risorse decisive per la costruzione dell’identità di tutti i soggetti che prendono parte al processo comunicativo.  Ogni individuo utilizza, più o meno consapevolmente, questi strumenti, per presentarsi agli altri. Come lo fa ogni individuo, lo stesso processo appartiene a gruppi più o meno estesi che si presentano secondo determinati criteri in quanto sulla base di questi permettono il riconoscimento pubblico.

E se vogliamo soffermarci su un settore particolare, per la comunicazione sociale l’obiettivo è la costruzione dell’identità di specifici soggetti (insieme di persone, comitati, associazioni, gruppi, movimenti) attraverso linguaggi specifici ed in particolari contesti sociali e organizzativi.

In una strategia comunicativa di un’organizzazione, ad esempio, non si può prescindere dalla percezione da parte del contesto esterno, del pubblico.

In tutto il mondo il marchio di una nota azienda è un evidente richiamo al riconoscimento dei prodotti dell’azienda stessa, che permette al pubblico di identificare il produttore. La comunicazione, quindi, sarà tanto più efficace quanto sarà chiaro il messaggio, altro lato della medaglia dell’identità.

Il comunicatore, ed il comunicatore sociale per quanto mi riguarda, si trova di fronte alla sfida di tradurre a un largo pubblico i tratti essenziali della realtà che comunica. E’ la sfida di ogni comunicatore chiamato a far conoscere il proprio volto, la propria visione, la propria missione, il proprio operato, in altre parole la propria identità.

Per questo ha a disposizione una vasta gamma di mezzi che gli permettono di entrare in contatto con un pubblico sempre più vasto. Tuttavia non mancano i rischi. La multimedialità ha favorito ed amplificato le possibilità di essere presenti ed occupare uno spazio per la propria voce, tuttavia non bisogna fermarsi a questo livello, ma occorre esserci in un determinato modo, rappresentando al meglio la propria identità, i propri valori e la cultura di cui sono portatrici. Il rapporto tra identità e comunicazione è prioritario nella società contemporanea proprio per questo. In quanto non si può comunicare ciò che non si è. La comunicazione favorisce e riproduce la relazionalità tra i cittadini.

A questo punto come ci presentiamo? Come si presentano i gruppi di cui facciamo parte? Quali mezzi utilizziamo per presentare noi stessi o l’organizzazione di cui siamo membri attivi? Spesso quello che si presenta non è fedele all’identità. Il rapporto tra identità e comunicazione diventa quindi un problema da affrontare a priori per non correre il rischio di trasmettere un messaggio che non risponde alle nostre aspettative. Grazie Andrea.

Cristiano Lena
Responsabile Comunicazione FIDAS

 

 

 

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Un commento

  1. A mio parere il nodo cruciale è il “come” si comunica. I social (ma in generale i new media) hanno permesso a tutti di avere un megafono ma è naturale che se tutti urlano nessuno ascolta. Pensare prima di scrivere un post, pubblicare una foto o iniziare una diretta streaming è, secondo me, la via prioritaria che deve imboccare la comunicazione sociale. Non posso postare o caricare contenuti solo perché “tutti lo fanno”, in questo modo mi disperderò nel fiume di contenuti della rete. Questo non vuol dire restare indietro o non aggiornarsi. Posso, però, pensare a come distinguermi dagli altri e scegliere quel video o quella foto che più degli altri può comunicare la mia identità. E se a questo unisco la creatività, vinco. Credo che un utilizzo più pensato dei nuovi strumenti possa darci quella visibilità a cui tutte le non-profit auspicano. Tutto ciò dopo aver definito bene l’identità che voglio comunicare (chi sono e cosa faccio per gli altri, fase per nulla scontata!)

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