L’aspettativa delusa

Che cosa ci aspettiamo dalle associazioni di donatori di sangue? Mi spiego meglio, come donatori associati quali sono le nostre attese? Ci aspettiamo un attestato, un riconoscimento per quello che facciamo periodicamente o una medaglia per le volte che abbiamo teso il braccio? Oppure quel gadget che ci piace molto? O ancora il calendario a Natale con le date delle raccolte del nostro gruppo? O non ci aspettiamo niente, perché convinti che la scelta della donazione è volontaria, gratuita e non remunerata? Oppure qualcosa di più che non sia solamente un premio, ma un riconoscimento istituzionale, magari l’attenzione nei confronti del donatore, il sostegno di fronte al mancato rispetto di alcuni diritti. Di esempi ce ne sono davvero tanti. Qualche anno fa le Associazioni e Federazioni dei donatori di sangue si sono unite affinché la donazione di sangue ed emocomponenti fosse riconosciuta come “prestazione effettiva di lavoro”, equiparandola all’assenza per maternità, servizio militare, invalidità o in applicazione della “104”; infatti, con la riforma Fornero del 2011 le giornate di donazione erano state escluse dal computo complessivo delle giornate lavorative dei dipendenti intenzionati a usufruire della pensione anticipata.

Allora la questione acquista un sapore diverso perché la nostra aspettativa coinvolge tanti altri che sono nella nostra stessa situazione. Ma in questo caso occorre ricordare che tale trattamento vale per i lavoratori dipendenti e non per i liberi professionisti o per quanti, liberamente e consapevolmente, scelgono di donare il sabato o la domenica sapendo di non poter usufruire della giornata retribuita. D’altronde secondo quanto indicato dall’INPS nel 2015 solo il 20% dei donatori dipendenti ha usufruito di questo vantaggio.

Qualche giorno fa sulla pagina Facebook di FIDAS ho letto il commento di un donatore ultra 65enne che chiedeva la possibilità di premiare il donatore emerito, in quanto fuori dall’età prevista dalla normativa, esentandolo dal pagamento del ticket. E chiedeva che FIDAS si facesse promotrice dell’iniziativa, magari abolendo “i vari diplomi, medaglie d’oro e tante altre spese”. Immediatamente gli ho risposto innanzitutto ringraziandolo per il dono volontario che ha portato avanti negli anni e condividendo con lui una scarsa simpatia per medaglie e affini, ma sottolineando che l’esenzione del ticket per gli ultrasessantacinquenni andrebbe contro il principio della donazione gratuita. Ovviamente lo stesso ha replicato che la gratuità non era minimamente in discussione, auspicando che tutto il seguito delle procedure di lavorazione e utilizzo del sangue e degli emocomponenti rispecchiasse il sentimento filantropico del donatore, ma facendo rilevare che “le statistiche denunciano gravi casi di persone anziane che non possono sottoporsi a check-up ed esami clinici a causa di esorbitanti costi di ticket, se rapportate alle loro magre e misere pensioni” e attendendo un parere da parte della FIDAS in quanto “interlocutore autorevole, famoso e con una vastissima schiera di iscritti dal quale si aspetterebbe legittimamente una proposta, una iniziativa…insomma un qualcosa di concreto e non semplici ringraziamenti”.

A questo punto, pur tenendo conto che l’esenzione del ticket è prevista per chi, superati i 70 anni, ha un reddito inferiore ai 36mila euro (che a casa mia, come presumo anche per tante altre famiglie, non sono proprio una miseria), ecco un’ulteriore risposta da parte nostra dal sapore più ufficiale: “Quanto evidenzia assolutamente condivisibile nel principio del diritto alla salute e all’accesso per i cittadini al Sistema Sanitario nazionale, è da considerare svincolato dal tema della donazione volontaria e non remunerata. Questo in quanto l’esenzione del ticket per motivi di reddito e di patologie, e quindi il tema della compartecipazione del cittadino alla spesa sanitaria, è stabilito da leggi nazionali. Tali norme dispongono anche l’esonero del ticket per i donatori, esclusivamente per le analisi relative alla donazione o alla valutazione dello stato di salute del donatore stesso. L’aspetto della donazione volontaria non remunerata, invece, è definito da norme e accordi a livello europeo che prevedono che anche le esenzioni del ticket possono essere considerate forme di incentivazione e quindi non prive di effetti sulla volontarietà della donazione ai fini della sicurezza trasfusionale (il donatore potrebbe mentire sul suo effettivo stato di salute come pure sui suoi comportamenti per usufruire di eventuali benefit). Per questo FIDAS (come pure tutte le altre realtà del dono italiane) non può raccogliere il suo invito in quanto andrebbe contro il principio (e in questo caso dobbiamo scendere di nuovo sul piano dei principi) della donazione volontaria, anonima, gratuita e non retribuita”.

Non so se sono riuscito a spiegare bene al donatore in questione le motivazioni, forse è rimasto deluso dalla risposta, ma tutto lo scambio di messaggi mi ha fatto riflettere, da una parte, proprio sulle aspettative di cui parlavo prima e dall’altra sui compiti delle associazioni e federazioni dei donatori di sangue

Non penso sia utile aspettarsi da queste compiti che sono propri di altri soggetti e che esulano dal ruolo identitario di realtà nate con altri obiettivi. Altrimenti rischiamo di restare delusi semplicemente perché non ci siamo rivolti all’interlocutore giusto, oppure entriamo in un meccanismo vizioso per cui chi è deputato a svolgere determinate funzioni si sente autorizzato ad eluderle perché ci sarà sempre qualcun altro a svolgerle. E non escludo che nei prossimi giorni ritornerò sulla questione, magari anche con l’aiuto di chi potrà offrire un punto di vista diverso.

Cristiano Lena, donatore di sangue

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