Questa non è una città per donatori

È proprio vero che la capitale è avara di donatori? Nelle pagine de “Il Tempo” di martedì 19 gennaio ho letto un articolo a firma Valentina Conti (“Mancano 40mila sacche di sangue”) da cui emergono cifre alquanto sconfortanti che disegnano un quadro a tinte fosche. La città eterna soffre per una cronica mancanza di volontari che le permettano di raggiungere l’autosufficienza, come avviene in tante altre città del Belpaese. La giornalista affronta il tema con Biagio Bosco, presidente AVIS Comunale Roma. Che chiude l’intervento con una richiesta di aiuto affinché ci sia una maggiore sensibilizzazione sul tema.

Il giorno dopo è la volta delle pagine romane de “La Repubblica”.  che titola “Sos sangue: in città pochi donatori”. Ancora una volta l’intervento di un referente capitolino dell’Avis supportato dalla dottoressa Stefania Vaglio, responsabile del Centro Regionale Sangue del Lazio. Anche in questo caso si registra l’assenza dei romani dalle sale prelievi, anche se dalle parole della dott.ssa Vaglio emerge una cauta fiducia nella possibilità di risolvere il problema.

Da qualche anno ho la possibilità di lavorare nel mondo dell’associazionismo del sangue e da altrettanto tempo mi trovo davanti alla consapevolezza che la capitale vive una situazione piuttosto critica per quanto riguarda l’approvvigionamento di sangue e di emocomponenti. Perché se è vero che l’Italia ha raggiunto l’obiettivo dell’autosufficienza nazionale, alcune zone, Roma tra queste, restano al nastro di partenza. Quando questa carenza si verifica in centri più piccoli la situazione sembra più semplice da gestire. D’altronde esiste una compensazione interregionale, ossia alcune Regioni in cui l’indice di donazione è più alto, il cui numero di donatori è maggiore, sostengono le criticità di altre. Ma tutto questo ha dei costi, in quanto le Regioni sono chiamate a compensare la spesa sostenuta per la raccolta del sangue e tutte le attività connesse.

Sugli articoli di cui ho parlato si cerca di individuare le cause di questa costante mancanza del sangue. Da una parte si parla di “distrazione dei cittadini che si sono allontanati o si astengono dal farlo per diversi motivi: molti per la crisi, altri per la mancanza di lavoro, alcuni perché disinformati” e dall’altra di una città “complicata con tanti malfunzionamenti”, ma soprattutto si sottolinea che a mancare è la “cultura della donazione”.

Di cosa si tratta? Non penso sia troppo complesso da comprendere. La cultura della donazione è la consapevolezza che posso compiere un gesto semplice di solidarietà spendendo poco tempo, senza pensare a cosa avrò in cambio. Insomma ho la possibilità di fare un dono. Personalmente sono contento quando ne ricevo uno e penso che questo avvenga anche quando sono nella possibilità di farlo. D’altronde per generazioni siamo cresciuti con la massima “è meglio dare che ricevere” con tutte le sfumature sul tema.

Roma2.JPGÈ vero, lo dico da romano da più generazioni, Roma è una città complicata, spesso solo l’idea di raggiungere il posto di lavoro implica una fantozziana pianificazione di tempi e orari da affidare previo sacrificio alla dea Fortuna, figuriamoci cosa significa arrivare in Ospedale, al Servizio Trasfusionale o raggiungere un’Unità di Raccolta. Su questo siamo d’accordo, ma non basta anche perché quando vogliamo raggiungere degli amici in centro, il ristorante dove ci aspetta la tipa, lo stadio per la partita, tutti questi problemi non ce li poniamo…la meta incide sulla motivazione. Forse può servire sapere che è possibile donare anche se abbiamo fatto un piercing o un tatuaggio, purché siano trascorsi 4 mesi, ma se si tratta di tendere il braccio cominciamo a manifestare un’isterica fobia dell’ago, dello stesso ago con cui ci siamo fatti bucare ogni centimetro di pelle. Forse può servire sapere che nel momento in cui si dona si tiene sotto controllo la propria salute e la periodicità della donazione è una garanzia di sicurezza per chi dona e per chi riceve. Ma forse non basta nemmeno questo. A volte, in alcuni periodi anche spesso, nella sede nazionale FIDAS ricevo telefonate di persone che hanno bisogno di sangue per un parente, un amico, una mamma o un figlio che devono essere sottoposti ad un intervento. Ho già parlato (e continuerò a farlo) dell’insana abitudine dei medici di chiedere ai familiari di un paziente di “rimediare” un po’ di sangue, e non voglio tornare ora sull’argomento, ma spesso mi chiedo se i miei interlocutori siano o meno donatori. Non perché debbano essere loro in quel momento a garantire ai familiari l’approvvigionamento di sangue, ma perché se tutti coloro che godono di un buono stato di salute acquisissero l’abitudine a donare, il problema sarebbe risolto. E penso che sia necessaria anche un po’ di autocritica da parte delle associazioni capitoline che cercano sempre all’esterno le soluzioni e non si interrogano sul perché non si riescano a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Allora mi viene in mente una considerazione. Forse la più banale. E se noi romani (non a caso uso la prima persona plurale) fossimo un po’ egoisti? Girando per l’Italia mi sono imbattuto in diverse realtà dove la cultura della donazione è affermata, dove al compimento dei 18 anni un giovane acquista la consapevolezza che potrà votare, prendere la patente e guidare la macchina. Così in modo naturale. Ma siamo in altri contesti, seppur vicini geograficamente, storicamente molto lontani dalla realtà della città eterna, dove magari non si pensa che sia “normale” gettare una carta in terra o mettere i piedi sul sedile davanti quando si sale in treno. E penso che noi romani, che qualche secolo fa abbiamo fatto la storia del mondo, che discendiamo da Venere e da Marte secondo le migliori leggende, forse possiamo provare a riprendere in mano un po’ di orgoglio e rimboccarci le maniche per rispondere a chi dice “manca il sangue a Roma? Sai che novità”

Cristiano Lena, donatore di sangue e responsabile comunicazione FIDAS Nazionale

 

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