Niente paura. Il sangue è sicuro

IMG_9797“Sangue infetto, condannata l’Italia”, “Trasfusioni di sangue infetto, lo Stato italiano dovrà pagare dieci milioni” e ancora “Sanità: Corte Edu, Italia risarcisca infettati da trasfusioni sangue”. Questi alcuni dei titoli che tra ieri pomeriggio e questa mattina sono rimbalzati su quotidiani, siti di informazione, telegiornali e radiogiornali. La notizia sembrerebbe rivolta agli esperti del settore o a quel gruppo di persone che ne sono state direttamente coinvolte, ma in realtà ha riflessi che coinvolgono molte più persone. La sentenza della Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia a pagare oltre 10 milioni di euro per risarcire i 371 cittadini vittime del sangue infetto, pazienti che a causa di una trasfusione di sangue o di plasma sono stati infettati tra la fine degli anni 70 e gli inizi degli anni 90.

Più di una volta attraverso i canali di informazione ufficiali della FIDAS c’è stata la possibilità di evidenziare le lacune di vigilanza e i vuoti normativi che hanno causato in quel periodo le trasfusioni fatali. E su questo aspetto non si può che condannare gli interessi privati di chi, chiamato a incarichi di responsabilità, ha eluso qualsiasi forma di controllo possibile causando gravi problemi, se non addirittura il decesso, di migliaia di persone.

In realtà quello che oggi mi ha colpito, è un’intervista comparsa su “La Repubblica”. Antonio Magrini, una delle migliaia di vittime del sangue infetto, che ha contratto l’epatite in seguito ad una trasfusione, alla domanda postagli dal giornalista del quotidiano “Oggi c’è certezza che il sangue negli ospedali italiani sia pulito?” ha risposto in modo perentorio: “No” aggiungendo che “ottanta persone ogni anno vengono ancora infettate”. E ancora “alcuni donatori hanno una malattia nascosta, viene fuori quando il sangue è già nel corpo di un’altra persona”.

E come spesso mi capita, mi sono messo nei panni dell’uomo della porta accanto o della donna che non si è mai interessata specificatamente al problema. Insomma di coloro che abbiano letto “en passant” questa dichiarazione. 80 persone ogni anno? Allora le trasfusioni non sono sicure! Allora bisogna temere e sperare di non averne mai bisogno. E la reazione non mi è piaciuta affatto.

Forse non molti conoscono la Legge 210 del 1992, che prevedeva l’indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie e trasfusioni. Ebbene questa norma permette di inviare richieste di indennizzo da parte di coloro che ritengono di aver subito danni di vario tipo in seguito a vaccinazioni e/o trasfusioni di sangue. Una legge che da oltre 20 anni ha preso in considerazione migliaia di casi. Forse analizzando le richieste di indennizzo pervenute al Ministero della Salute negli ultimi anni si può tirare fuori quel dato riportato da Magrini. Ma una richiesta di indennizzo non dimostra un nesso causa-effetto. Ossia non è detto che l’aver contratto HIV o epatite sia riconducibile ad una trasfusione ricevuta.

I dati del Centro Nazionale Sangue in questo senso sono di conforto. Dal 2009 al 2013 sono stati registrati 7 decessi con rapporto di “imputabilità molto elevata”, ossia in cui si è riconosciuto uno stretto legame tra l’errore compiuto e il decesso, ma nessuno causato da infezioni trasmesse. Si tratta di numeri piuttosto limitati che tuttavia rappresentano un segnale che ha portato ad adottare strategie per la loro prevenzione. Certamente tutti vorremmo un sistema privo di errori, ma l’errore (che non ha nulla a che fare con trasfusioni di sangue infetto) è stato strettamente connesso alle attività umane. Dal 2009 sono aumentate le notifiche validate di effetti indesiderati (che hanno previsto anche interventi terapeutici o a volte procedure rianimatorie) ma questo a testimonianza di una crescente attenzione e consapevolezza da parte dei Servizi Trasfusionali. In Italia il grado di sicurezza del sangue e degli emocomponenti come dei farmaci derivati del plasma. rispetto al rischio di trasmissione di agenti infettivi noti (HIV, virus dell’epatite B, virus dell’epatite C), ha raggiunto, da molti anni, livelli estremamente elevati.  Un livello di sicurezza è garantito da un sistema basato sulla donazione volontaria, periodica, anonima, responsabile e non remunerata, dall’utilizzo per la qualificazione biologica di test di laboratorio altamente sensibili e da un’accurata selezione medica dei donatori di sangue, volta a escludere i soggetti che per ragioni cliniche o comportamentali sono a rischio.

In virtù di questi interventi, il rischio residuo di contrarre un’infezione a seguito di una trasfusione di sangue è prossimo allo zero, come ampiamente dimostrato dal sistema di sorveglianza nazionale coordinato dal Centro Nazionale Sangue. Alcuni dati possono chiarire le dimensioni del fenomeno: ad oggi questo rischio è stimato in: 1,6 casi per milione di donazioni per l’epatite B, 0,1 casi per milione di donazioni per l’epatite C e 0,8 casi per milione di donazioni per l’HIV. A fronte di più di 3 milioni di emocomponenti trasfusi ogni anno (8.349 emocomponenti trasfusi ogni giorno), da oltre dieci anni in Italia non sono state segnalate infezioni post-trasfusionali da HIV, virus dell’epatite B e virus dell’epatite C.

Come hanno ribadito oggi in via ufficiale le Associazioni e Federazioni di donatori di sangue, presenti nel CIVIS, i dati presentati dal CNS confermano i passi avanti compiuti dall’Italia in tema di qualità e sicurezza, allineandoci agli standard dei Paesi più evoluti in ambito trasfusionale. Il volontariato del sangue, inoltre, è impegnato ogni giorno nella fondamentale promozione di stili di vita sani tra i donatori volontari e associati, al fine di rendere ancora più elevati i livelli di sicurezza. Grazie anche a quest’azione in Italia l’84% dei donatori sono periodici e associati, un fattore che ci posiziona ai primissimi posti nel mondo e che rappresenta un ulteriore indicatore di qualità e sicurezza.

Cristiano Lena, donatore di sangue e responsabile Comunicazione FIDAS Nazionale

 

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