Burlesque vietato ai donatori?

Non so se si tratti di perbenismo o di reale tutela del ricevente. Fatto sta che qualche giorno fa ad una trentacinquenne è stato vietato di donare il sangue perché fa la spogliarellista.

Il fatto sarebbe successo a Reggio Calabria come riportato oggi dal sito web del Corriere della Sera, ma ripreso anche da qualche altra testata. Una donna originaria di Brescia si è recata al Policlinico Morelli per effettuare una donazione di sangue. Probabilmente a spingerla la riconoscenza per il fatto che il suo compagno qualche mese fa si era salvato proprio grazie ad una donazione. Ma nel momento in cui la donna si è sottoposta alla selezione, è stata rifiutata in quanto la sua attività lavorativa risultava poco consona. Infatti la donna fa la spogliarellista, come si evince in modo chiaro da un sito specialistico, nel quale si specifica la disponibilità a partecipare a feste, addii al celibato e quant’altro. Ma fare spogliarelli o presenziare a quegli immancabili appuntamenti goliardici che precedono il matrimonio, necessariamente non comporta anche rilasciare favori sessuali ai convenuti.

A questo punto mi chiedo cosa davvero sia successo in fase di selezione, ossia nel momento in cui un cittadino si presenta presso un Servizio Trasfusionale o un’Unità di Raccolta per donare il proprio sangue? Davvero di fronte al questionario compilato dalla donna, il medico selezionatore l’ha esclusa per la sua professione? Mi suona davvero strano in quanto nel suddetto questionario non si chiede la professione o l’attività lavorativa. E comunque sia la selezione non esclude le persone per il loro lavoro, ma per eventuali comportamenti a rischio.

Il testo di riferimento è il Decreto del 3 marzo 2005 “Protocolli per l’accertamento della idoneità del donatore di sangue e di emocomponenti” nel quale si specifica che “le  Associazioni  e  le  Federazioni  dei donatori volontari di sangue e   le  strutture  trasfusionali  collaborano  per  porre  a disposizione   di  tutti  i  candidati donatori  di  sangue  e/o  di emocomponenti,  ai  fini della loro sensibilizzazione e informazione, materiale  educativo  accurato  e comprensibile sulle caratteristiche essenziali del sangue, degli emocomponenti e dei prodotti emoderivati e  sui  notevoli  benefici  che  i  pazienti  possono  ricavare dalla donazione”. E che tale materiale deve permettere al candidato donatore di comprendere in modo chiaro “i motivi per cui  non devono donare sangue coloro che così facendo  metterebbero a rischio la salute dei riceventi la donazione”.

Da quanto si legge dall’articolo, sembrebbe invece che la donna sia stata esclusa perché ritenuta “soggetto a rischio” per la sua professione (davvero ci si trova davanti ad un medico tanto ingenuo?)

Ora a me non risulta che la selezione del donatore preveda anche il giudizio sulla vita e l’attività delle persone, per cui rimango alquanto perplesso. E penso che le cose possano essere andate diversamente da quanto raccontato. Magari durante il colloquio con il medico sono usciti elementi oggettivi che l’hanno portato ad escludere la candidata, o magari si è trattato di un’operazione mediatica (ma con quali finalità mi è difficile capirlo).

A questo punto ne attendiamo gli sviluppi, certi che nei prossimi giorni se ne continuerà a parlare.

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