Una botta “razzista” di vita?

Ma non direte sul serio. Perché ho tanto l’impressione che ci si attacchi a tutto per accendere fuochi lì dove non ci sono. Vi racconto la storia.

Nel mese di luglio il Ministero della Salute, in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e con le Associazioni e Federazioni dei donatori di sangue (AVIS, FIDAS, Fratres e Croce Rossa Italiana), ha presentato una campagna di comunicazione video e audio che molti avranno avuto modo di vedere e sentire: “Una botta di vita”.

UnaBottaDiVitaCertamente non è il miglior prodotto di comunicazione sul tema, ma un video che sistematicamente viene passato sulle reti RAI ha senza dubbio il suo effetto. I risultati li vedremo fra qualche mese, ma valutando anche le richieste che giornalmente sono registrate dal Sistema Informatico della Rete Trasfusionale, fatta qualche cronica eccezione, sembra che si sia riusciti a tamponare l’emergenza presentatasi all’inizio dell’estate. Il problema è complesso: non si dovrebbe correre ai ripari all’ultimo momento, le Regioni dovrebbero organizzarsi meglio (soprattutto alcune) e così via. Ma quello che mi ha colpito oggi è stato un articolo letto in rete sul sito del Corriere di Puglia e Basilicata, ma che puntualmente ho ritrovato in altre testate. Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei diritti”, pur riconoscendo la bontà dell”iniziativa “che merita la massima attenzione – perché donare il sangue è sinonimo di solidarietà che può salvare veramente vite umane”, sottolinea la natura razzista del messaggio nella parte in cui si parla di “630mila pazienti italiani che hanno bisogno di sangue…” come se, ci hanno fatto notare alcuni cittadini che ce lo hanno segnalato, tutti gli altri “non italiani” non ne abbiano bisogno. Una campagna di comunicazione, quindi, per così dire, escludente, che per D’Agata merita una rettifica immediata su ogni canale di comunicazione da parte del Ministero della Salute e della Presidenza del Consiglio dei Ministri o un intervento dell’autorità di vigilanza, l’AGCM, in caso di inerzia governativa.

Penso di essere stato uno dei primi a vedere il video in questione. Mi sono soffermato sulla scelta delle immagini, del commento sonoro, della scelta dei personaggi, sul testo, sulla tempistica dello spot. Ho evidenziato alcuni elementi migliorabili e fatto presente che avrei sottolineato altri aspetti, ma quel riferimento ai 630mila italiani non l’ho colto affatto come offensivo. Purtroppo alcuni tipi di comunicazione devono partire dai numeri e chi ha realizzato il testo ha trovato un dato e lo ha inserito nello spot. E ha scelto la formula “630mila pazienti” che rischiava di essere un’indicazione un po’ vaga, per questo ha aggiunto un elemento territoriale….”italiani”, ossia presenti in Italia. Questa l’unica leggerezza che avrebbe evitato il problema.  Forse perché sono italiano, forse perché tutti i giorni mi confronto con il mondo della donazione di sangue, ma soprattutto perché so che se serve sangue non viene richiesto un certificato di cittadinanza. Per il paziente, o meglio per il cittadino che necessita di terapie trasfusionali, non ci sono differenze di colore, di etnia, di religione, di orientamento sessuale o politico. Dono il sangue da parecchio tempo e non mi sono mai chiesto a chi andasse, perché sono sicuro che sia andato a qualcuno che ne aveva bisogno.

Mi dispiace per coloro che si sono sentiti colpiti dallo spot, ma personalmente eviterei, in questo particolare momento che l’Italia e l’Europa stanno vivendo, di alimentare ulteriormente il fuoco del contrasto e strumentalizzare un messaggio che non ha altre intenzioni. Non penso che ne abbiamo bisogno.

Cristiano Lena, Responsabile Comunicazione FIDAS Nazionale

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Un commento

  1. E se cominciassimo a badare ai problemi seri (e a cercare di risolverli davvero) senza attaccarci a questioni assolutamente irrilevanti? Il razzismo é altro, queste sono, a mio parere, piccolissime sbavature che non toccano la sostanza della questione: il sangue serve, e bisogna donarlo. Punto e basta.

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