Il tempo dell’attesa

Nel nuovo numero di NOI IN FIDAS l’editoriale del presidente nazionale FIDAS Aldo Ozino Caligaris sul tema dell’accreditamento del Sistema trasfusionale. Siamo nel tempo dell’attesa.

IL TEMPO DELL’ATTESA
di Aldo Ozino Caligaris, presidente nazionale FIDAS

Il lungo percorso, disciplinato a livello normativo da anni, verso l’autorizzazione all’esercizio e l’accreditamento istituzionale delle attività trasfusionali del nostro Paese ha avuto una battuta d’arresto. Nella consapevole impossibilità di completare quanto previsto entro i termini stabiliti “de lege” al 31 dicembre 2014, la Conferenza Stato Regioni, su istanza di alcune di esse, ha chiesto al Governo la concessione di una proroga per conseguire l’obiettivo. Nel giorno esatto, in cui tutte le Regioni avrebbero dovuto dimostrare di poter assicurare il trattamento uniforme del donatore di sangue, la standardizzazione della raccolta degli emocomponenti, l’uniforme livello di qualità e di sicurezza della terapia trasfusionale per i cittadini e la certificazione del plasma come materia prima per la produzione dei medicinali plasmaderivati, il decreto così detto “mille proroghe” ha rinviato la scadenza di questo importante appuntamento al 30 giugno 2015.
Sgomento, indignazione, incertezza, sollievo, fiducia e ottimismo sono state alcune delle reazioni a tale provvedimento di proroga. Da una parte la frustrazione di chi, avendo operato coerentemente con quanto disposto a livello normativo, aveva completato i percorsi di certificazione della rete trasfusionale regionale e conseguito l’accreditamento del sistema. Dall’altra la tregua per chi, dichiaratamente o celatamente, con ritardo più o meno grave, doveva portare a compimento il processo.
L’intera operazione, comunque, suscita alcune legittime riflessioni. La principale è sulla reale percezione della consapevolezza da parte degli attori del sistema trasfusionale, istituzioni, professionisti e volontari del dono, che la qualificazione del sistema stesso non fosse soltanto un debito verso l’Europa ma una opportunità di crescita in qualità e sicurezza. Altra questione è la possibilità che alcune Regioni, che non avevano intrapreso sistematicamente nell’ultimo quinquennio alcun percorso finalizzato all’accreditamento, possano in soli sei mesi conseguire l’obiettivo. Per tutte aleggia lo spettro che l’autorizzazione e l’accreditamento della rete trasfusionale non abbia, di fatto, favorito una reale razionalizzazione delle strutture regionali operanti, concentrando le attività sulla base di criteri oggettivi ed eliminando lo spreco delle risorse.
Indubbiamente in questi anni l’estrema regionalizzazione della sanità ha evidenziato i limiti della stessa: la scarsa equità di erogazione di Livelli Essenziali di Assistenza, il mancato uniforme trattamento dei cittadini, le diverse forniture di servizi nel garantire il diritto costituzionale della salute, l’amplificazione della spesa sanitaria. In forma paradigmatica, il trattamento del donatore e le prestazioni di medicina trasfusionale per i pazienti ne rappresentano un esempio evidente. La qualificazione del sistema avrebbe dovuto avere la principale ambizione nel ridurre tale eterogeneità e l’innalzamento complessivo della qualità delle attività prestate sia per i donatori sia per i riceventi.
Nell’attesa di vedere cosa accadrà al termine ultimo del 30 giugno prossimo, tutti, istituzioni, professionisti e donatori volontari, hanno il dovere morale di domandarsi se abbiano responsabilmente operato per conseguire il coronamento di tale risultato. Il dato oggettivo, che in alcune Regioni l’obiettivo sia stato conseguito prima della concessione della proroga, evidenzia che lo stesso fosse legittimamente perseguibile e che, comunque in altre Regioni, gravi carenze di responsabilità soprattutto del livello istituzionale, a volte subite e in altre condivise con i professionisti e il volontariato del dono, ne abbiano impedito il raggiungimento. Certo è che dopo il 30 giugno, quando si conteranno sul campo le vittorie e le sconfitte, non ci saranno più scuse e netto sarà il confine, sia a livello regionale sia a livello locale, tra chi avrà qualificato il sistema trasfusionale e chi no.
Nell’attesa e nella speranza che il periodo di proroga possa, in alcuni casi quasi miracolosamente, far completare l’autorizzazione all’esercizio e la certificazione istituzionale delle reti trasfusionali, accresce il desiderio che le istituzioni rispettino il principio fondamentale di tutela del cittadino e il senso di dovere, quantomeno da parte dei volontari del dono, che la sua non adempienza possa essere denunciata apertamente per poter, finalmente, avviare un percorso di uniformità, di equità e di giustizia di tutela del cittadino stesso, sia come utente sia come operatore del Sistema Sanitario Nazionale.

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