Donazione di sangue da gay. La normativa parla chiaro, ma i numeri non sono da meno

La donazione del sangue è un dovere civico o un diritto indiscriminato? Qual è il confine tra garanzia e discriminazione?
La miccia è stata riaccesa recentemente: lo scorso ottobre, nel Servizio trasfusionale dell’ospedale di Galatina, un donatore di sangue omosessuale viene respinto dal centro prelievi. E non è la prima volta che accade. Puntualmente si scatena la polemica mediatica che coinvolge singoli, associazioni, esperti e non.  “Tanto rumore per nulla”: così ha detto il direttore sanitario dell’ospedale di Galatina. Una coppia di donatori omosessuali  era andata a donare, come aveva già fatto in passato. Ma, diversamente dalle altre volte, il medico selezionatore aveva manifestato delle resistenze. E non perché i due avessero assunto farmaci particolari, né perché recentemente avessero fatto un tatuaggio e nemmeno perché reduci da un intervento chirurgico. Non c’era alcuna di queste situazioni contemplate tra i criteri di sospensione temporanea del questionario del donatore. Semplicemente i due non potevano donare il sangue perché omosessuali, quindi “a rischio”. La giovane coppia non se lo è fatto dire due volte. Ha chiesto chiarimenti, interpellando lo stesso direttore sanitario e il Centro Regionale Sangue, finché non è stata ammessa alla donazione. Ma al direttore sanitario è bastato citare Shakespeare per tirarsi fuori dall’impasse.
Non si tratta di “tanto rumore per nulla”, ma del desiderio di rivendicare quanto esprime la normativa nazionale e contribuire al bene comune. Essere omosessuale non equivale ad avere comportamenti a rischio. E questo in Italia è riconosciuto da più di tredici anni.
La donazione di sangue, infatti, non è più off-limits per gli omosessuali dal 2001, in seguito all’approvazione del decreto ministeriale che ha abolito il divieto di donazione di sangue per i gay previsto dalla precedente normativa del 1991.  Negli anni ’80 quando il virus dell’HIV non si conosceva bene (nel 1983 veniva chiamata la “misteriosa malattia”) la popolazione omosessuale maschile ne era la più colpita.  E più di venti anni fa l’allora ministro della Sanità, Francesco De Lorenzo, aveva introdotto il criterio di sospensione permanente per i maschi gay. Ma questa storia la conoscono bene gli operatori di ogni Servizio Trasfusionale e di ogni Unità di Raccolta che operano sul territorio nazionale. E la legge sul sangue del 2005 ha espressamente indicato che non ci sono criteri di esclusione sulla base di categorie, ma solo per comportamenti a rischio che interessano omosessuali e non. A infettarsi sono molto spesso gli eterosessuali che non usano il profilattico, forse nella convinzione che l’AIDS sia “una questione da gay”.
Tuttavia occorre valutare anche un altro elemento. La normativa parla chiaro, certo, ma i dati non sono da meno. In oltre trenta anni di AIDS la popolazione è stata costretta al rapporto protetto per la paura, facendo registrare un calo considerevole, tra la fine degli anni Novanta fino a tutto il decennio precedente, delle infezioni di HIV. Eppure, quando la paura si è attutita, complice anche la scoperta di una cura per l’AIDS, è tornata l’abitudine al rapporto non protetto. Causando negli ultimi anni un aumento dei casi, sia tra la popolazione omosessuale che tra quella eterosessuale. L’Istituto Superiore di Sanità, in occasione della Giornata Mondiale di lotta contro l’AIDS, ha reso noto l’aumento di diagnosi di HIV nei maschi che fanno sesso con maschi (MSM) per quanto riguarda gli italiani, che costituiscono quasi la metà delle nuove diagnosi. Mentre tra gli stranieri presenti sul territorio nazionale la modalità di trasmissione più frequente è quella eterosessuale.  E se risulta in aumento l’età media della diagnosi di HIV (39 anni per i maschi e 36 per le femmine), la classe d’età più colpita è quella dei 25-29 anni in cui si registra un tasso di incidenza di 15,6 nuovi casi ogni 100 mila residenti. La maggioranza delle nuove diagnosi di HIV è attribuibile a rapporti sessuali non protetti, che costituiscono l’83,9% di tutte le segnalazioni (maschi eterosessuali 26,00%, femmine eterosessuali 18,5%, MSM maschi che hanno avuto rapporti con altri maschi 39,4%).
 
I dati raccolti in Europa nell’ultimo quadriennio, e l’Italia in questo caso non fa eccezione, sottolineano come si sia abbassata la percezione di comportamenti sessuali a rischio.
Ma questo non comporta un’esclusione permanente sulla base di categorie. Non possono essere queste ultime a essere discriminate. Sarebbe come affermare che tutti i giovani sono senza valori, che tutti i politici sono corrotti o che “tutte le mascoline sono cozze”, per citare Dustin Hoffman in Tootsie. Il sillogismo non funziona.
La selezione del donatore di sangue viene effettuata da un medico trasfusionista che nel colloquio riservato accerta i requisiti necessari e valuta i comportamenti a rischio, quali il rapporto sessuale occasionale o il rapporto non protetto. E tali comportamenti non sono propri di tutto il mondo omosessuale maschile, pur dovendo riconoscere che un gay che frequenti ambienti gay, corra più rischio rispetto a una coppia omosessuale monogama. La paura della malattia non può certamente essere un deterrente, ma non si può dimenticare che la donazione è un gesto volontario e responsabile.
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